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HomeN3/018Maternità senza confini: realizzazione di un progetto educativo per le donne migranti

Maternità senza confini: realizzazione di un progetto educativo per le donne migranti

Introduzione

Negli ultimi decenni l’Italia ha dovuto affrontare un fenomeno migratorio di dimensioni storiche che ha interessato quasi tutti i territori della penisola. La necessità di accogliere persone provenienti da ogni parte del mondo e con diversi background culturali ha portato a una continua modifica del tessuto sociale, con importanti ripercussioni sulla salute e sull’assistenza; l’incontro tra operatori sanitari italiani e utenti stranieri, inoltre, pur rappresentando un’occasione di interscambio di comportamenti, sviluppa anche atteggiamenti condizionati da stereotipi, diffidenza ed etnocentrismo in risposta alla “diversità”. Sviluppare un’assistenza culturalmente sensibile che superi ogni barriera e consideri la persona nell’interezza del suo essere, delle sue tradizioni, delle sue credenze e valori è, perciò, fondamentale, ancor più se si accoglie una madre migrante che sta vivendo un progetto di maternità e che porta in e con sé un bagaglio invisibile fatto di tradizioni, ricordi e senso di appartenenza alla propria terra, malgrado le difficoltà vissute e che ad essa rimandano1. È importante, perciò, che una madre migrante, spesso senza partner che la sostenga, venga presa in affidamento dai servizi socio-sanitari del Paese ospitante, affinché il progetto di maternità incida il meno possibile sulla fragilità sociale già esistente e venga accompagnato dagli operatori sanitari del settore con attenzione e sensibilità; medico, infermiere e ostetrica hanno un ruolo essenziale in questo processo assistenziale2. Il percorso nascita, che si sviluppa dal concepimento alla gravidanza, dal travaglio al parto e al post-partum, è uno dei momenti più intensi e speciali della vita di una donna, ricco di emozioni, aspettative, cambiamenti ma anche paure e preoccupazioni dovute a situazioni di dubbio e incertezza che la migrazione comporta. A fronte di tali considerazioni, questo lavoro di ricerca si è posto l’obiettivo di valutare il grado di conoscenza delle madri migranti, accolte in territorio astigiano dalla Caritas Diocesana, in merito ai comportamenti sanitari di base da attuare in gravidanza, nel puerperio e nelle cure neonatali, al fine di proporre atteggiamenti salutari e sicuri per se stessa e per il neonato.

2. Materiali e Metodi
2.1 Campione di riferimento

Sono state arruolate le donne immigrate accolte e coordinate dalla Caritas Diocesana di Asti, in gravidanza o in fase di post-partum nel periodo compreso tra marzo e maggio 2018; hanno aderito al progetto dieci donne, delle quali sette provenienti dall’Africa (sei dalla Nigeria e una dal Ghana) e tre dall’Europa (Albania). Il campione preso a riferimento è stato ritenuto sufficiente per condurre un’indagine di tipo fenomenologico. Allo studio hanno, inoltre, partecipato tre volontari della Caritas Diocesana di Asti che assistono le madri accolte, il coordinatore delle attività di accoglienza migranti e il mediatore culturale che presta attività d’interpretariato.

2.2 Aspetti metodologici della ricerca

Il metodo di ricerca scelto per lo svolgimento di questo studio è di tipo qualitativo, fenomenologico, e si basa sul paradigma interpretativo secondo cui i fatti sociali sono strettamente dipendenti dal contesto e le variabili che li influenzano sono complesse, interconnesse e difficili da misurare. I dati raccolti sia nel pre che nel post-progetto educativo sono stati interpretati e codificati con il metodo di analisi di Giorgi . Lo strumento utilizzato per la definizione dei bisogni è il Migrant Friendly Maternity Care Questionnaire3, validato in letteratura, che ha consentito di prendere in esame gli aspetti chiave dell’assistenza alla maternità più correlati ai bisogni di donne migranti; a partire da esso sono stati individuati gli items da indagare ed è stato costruito il palinsesto dell’intervista. L’intervista semi-strutturata, composta da 45 domande, è stata proposta in lingua italiana e ci si è avvalsi di un mediatore culturale per la traduzione in inglese e negli idiomi locali. Nella prima parte dell’intervista sono raccolti dati anagrafici e generali quali: luogo e data di nascita, titolo di studio, anni/mesi di soggiorno in Italia, attuale status d’immigrazione, stato coniugale, tempo di permanenza in un centro di accoglienza prima di arrivare in Italia, situazione abitativa, numero di figli totale, numero di figli nati e residenti in Italia, lingua più frequentemente parlata, conoscenza della lingua italiana. Nella seconda parte dell’intervista semi-strutturata sono state indagate le esperienze connesse alla gravidanza e all’assistenza ricevuta durante la gestazione e/o alla nascita del bambino, le conoscenze e le informazioni ricevute sulla gravidanza e sul post-partum, i servizi socio-assistenziali utilizzati in Italia, le eventuali difficoltà riscontrate, l’attenzione dimostrata dal personale sanitario relativamente al rispetto di culture e tradizioni correlate al Paese di provenienza, il grado di soddisfazione dell’assistenza ricevuta.

2.3 Tematizzazioni emerse nella fase pre intervento educativo

Le principali tematizzazioni emerse dalle interviste pre-intervento educativo effettuate alle donne migranti possono essere così sintetizzate: – inizio del progetto di maternità nel nuovo Paese;

Figura 1 – Brochure degli incontri educativi
  • figura sanitaria assistenziale di riferimento in gravidanza;
  • medicalizzazione della gravidanza; – mancanza di informazioni sui servizi disponibili;
  • scarso coinvolgimento nelle decisioni riguardo alla maternità;
  • grado di soddisfazione complessiva dell’assistenza ricevuta.

2.4 Interventi educativi effettuati

A fronte degli elementi emersi nella prima fase del progetto sono stati individuati i principali bisogni educativi delle madri migranti e sono stati progettati quattro incontri, con cadenza settimanale, della durata di un’ora e mezza ciascuno, presso i locali della Caritas Diocesana di Asti, effettuati in collaborazione con operatori sanitari esperti quali ostetriche, infermiere e un medico (vedi Figura 1). A tali momenti formativi, hanno partecipato anche i volontari che prestano servizio presso il centro di accoglienza in modo da uniformare anche le loro conoscenze: essi, infatti, sono i principali interlocutori delle donne e svolgono un ruolo fondamentale nell’erogazione d’informazioni, consigli e indicazioni riguardo alle cure neonatali, ma anche nel fornire aiuti concreti e l’acquisto di beni di prima necessità (Figura 2).

Figura 2-Incontro del 09/05/2018

2.5 Analisi dati interviste post-intervento educativo

In seguito agli interventi educativi effettuati sono state intervistate nuovamente le partecipanti al progetto con domande più specifiche sugli argomenti trattati, onde valutare il livello di conoscenze apprese e per analizzare un eventuale cambiamento di credenze e vissuti connessi all’intervento effettuato; sono stati intervistati anche i volontari, il mediatore culturale e il coordinatore delle attività di accoglienza per acquisire ulteriori elementi correlati al servizio che svolgono e per poter effettuare una migliore progettazione in futuro. I dati emersi dalle interviste alle madri migranti, così come previsto dal metodo qualitativo adottato, sono stati classificati nelle seguenti unità di significato: – figura sanitaria assistenziale di riferimento in gravidanza; – conoscenze acquisite; – pratiche tradizionali in gravidanza e nel post-partum; – soddisfazione in merito al progetto. Le principali unità di significato individuate, invece, nelle interviste effettuate ai volontari, al coordinatore delle attività di accoglienza migranti e al mediatore culturale della Caritas Diocesana di Asti, sono le seguenti: – bisogni delle madri migranti; – aspetti culturali e pratiche tradizionali che influiscono sulla gravidanza; – rapporto uomo-donna; – ostacoli linguistici alla relazione tra volontari e donne assistite; – collaborazione con le risorse sanitarie del territorio.

3. Risultati

Nella tabella sottostante (Tabella 1) vengono riportati tutti i temi individuati nelle interviste effettuate prima e dopo gli incontri formativi, sia alle madri che ai volontari, al mediatore culturale e al coordinatore.

Tabella 1- Totalità delle tematizzazioni individuate nelle interviste

Nella prima fase dello studio è emerso che le donne straniere possedevano scarse conoscenze riguardo alla gestione della maternità e ai servizi sanitari disponibili gratuitamente sul territorio. La comparazione dei dati raccolti dalle interviste alle madri, nel pre e post-intervento, ha evidenziato che le donne che hanno partecipato al progetto ora hanno una conoscenza più completa riguardo agli argomenti trattati rispetto alle madri che hanno partecipato ad un solo incontro o a nessuno, dal momento che hanno risposto correttamente alla maggior parte delle domande. Comparando le tematiche emerse durante le interviste risulta, inoltre, che non è variata la convinzione che il ginecologo sia la figura assistenziale di riferimento in gravidanza, nonostante durante gli incontri le donne siano venute a contatto con altri operatori, quali infermieri e ostetriche. Questo risultato può essere collegato al fatto che, nel pensiero comune delle madri migranti, è più chiaro il ruolo di questa figura sanitaria piuttosto che quello di ostetriche ed infermieri, oltre al fatto di ritenere il ginecologo più qualificato rispetto agli altri operatori sanitari, probabilmente perché la formazione di questi ultimi, nei loro Paesi di origine, non è considerata di un livello adeguato. Nelle interviste pre-intervento educativo è emerso il tema della mancanza di informazioni riguardo alle conoscenze sanitarie di base nella gestione della gravidanza, del post-partum e delle cure neonatali. A questo è associata la tematica degli ostacoli linguistici che influiscono sulla relazione tra operatori e assistite: in taluni casi potrebbe essere questa una delle cause della carenza di comprensione delle informazioni fornite e dello scarso coinvolgimento nelle decisioni riguardo alla maternità. Anche l’aspetto relazionale donna-uomo (operatore sanitario, volontario, mediatore culturale) può diventare un limite per una comunicazione efficace, vista la trattazione di argomenti così delicati e intimi. Il tema della medicalizzazione della gravidanza, invece, che compare in maniera preponderante nelle interviste effettuate nella prima fase della ricerca, si confronta con quello delle pratiche tradizionali in gravidanza e nel post-partum sia per le donne aderenti alla ricerca che negli operatori Caritas. Non emergono, infine, particolari richieste, da parte delle madri, relative al rispetto delle loro credenze tradizionali, poiché, come già riportato, le madri migranti tendono a conformarsi completamente alla gestione sanitaria proposta in Italia.

4. Discussione

Questo studio, sviluppato sulle esperienze di maternità delle donne nel Paese d’immigrazione, evidenzia l’importanza dei contesti culturali e sociali entro i quali le madri straniere definiscono il significato della propria gravidanza. Le donne che provengono da Paesi in via di sviluppo, a differenza dei luoghi di origine dove la maternità è vissuta come un evento naturale e spontaneo, si trovano in Italia a vivere una medicalizzazione maggiore. I dati emersi dallo studio fanno emergere, infatti, come le donne straniere arrivate in Italia tendano a conformarsi alla gestione medica autoctona della maternità, abbandonando i culti e i riti tradizionali tipici dei loro Paesi di origine, probabilmente riconoscendo nella medicalizzazione della gravidanza una maggior sicurezza4. Le madri immigrate, inoltre, posseggono scarse conoscenze riguardo al funzionamento dei servizi sanitari nel Paese ospitante e tutto ciò, se aggiunto a un evidente problema di comunicazione che impedisce alle donne di ricevere informazioni, può favorire l’istaurarsi di problematiche relative allo sviluppo della gravidanza5. Le interviste condotte nello svolgimento del presente studio hanno evidenziato come, spesso, nei luoghi di cura manchino interpreti professionisti: la mediazione linguistica, quando possibile, viene svolta per lo più dal personale sanitario che non sempre ha appropriate conoscenze della lingua utilizzata dalle donne (prevalentemente inglese e francese). In alcuni casi la comunicazione è mediata dai parenti o dal compagno della donna che, però, non posseggono adeguate competenze sanitarie in merito ai termini specifici e scientifici e che tendono, inoltre, a non rispettare appieno privacy e volontà della donna. Una difficoltà che le madri, soprattutto quelle di religione musulmana, hanno sottolineato è stata quella di ricevere assistenza da operatori sanitari di sesso maschile. A differenza dei risultati condotti dallo studio di Benza e Liamputtong del 20146, si è evidenziato, da parte delle donne, un minor adeguamento alla presenza di figure maschili durante le visite di controllo e durante il parto stesso. Ne consegue che il personale sanitario che assiste le donne migranti durante l’intero percorso di maternità deve essere, sempre più, attento e rispettoso della differenza culturale, favorendo l’instaurazione di una solida relazione di fiducia e mettendo in atto una comunicazione efficace e un’assistenza adattata, che valorizzi gli elementi culturali, rispetti le credenze del paese di origine e favorisca comportamenti e stili di vita corretti, attraverso l’accomodamento e la ristrutturazione culturale dell’assistenza stessa.

5. Conclusioni

I risultati di questo studio forniscono utili considerazioni sulla necessità che il professionista sanitario intraprenda con la madre migrante una relazione basata sulla mediazione tra la sua cultura e i servizi del Paese ospitante, per risolvere i conflitti causati da incomprensioni e fraintendimenti da ambedue le parti. E’ emerso in maniera preponderante quanto accogliere e comunicare siano due verbi fondamentali che devono guidare l’azione di chi assiste le madri migranti che giungono in Italia, qualsiasi sia il loro progetto migratorio, la loro storia e vissuto, le loro tradizioni e culture. I sanitari, in qualunque ambito operino, devono essere preparati e formati adeguatamente rispetto alla comunicazione interculturale e si debbono spendere per fornire un’assistenza culturalmente sensibile, che consideri la persona nell’interezza della sua individualità ed unicità7. Per realizzare un efficace progetto educativo è fondamentale, inoltre, operare nel territorio collaborando con le strutture di volontariato che assistono quotidianamente le donne e le loro famiglie e che forniscono aiuti concreti per soddisfare i bisogni socio-sanitari degli immigrati. É importante, altresì, che si investa nella formazione di operatori sanitari, quali medici, ostetriche ed infermieri, affinché essi siano maggiormente preparati ad accogliere e a assistere, proprio come sottolinea Madeleine Leininger 8, le persone provenienti da altre culture “Quello di cui le persone hanno più bisogno per crescere, rimanere in salute e sopravvivere o affrontare la morte, è l’umanizzazione dell’assistenza… Gli infermieri (e tutti i professionisti della salute), allora, devono acquisire conoscenza dei valori, delle credenze e delle forme di assistenza espresse nelle varie culture e mettere a frutto tali conoscenze per prendersi cura delle persone sane e dei malati”.

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Professore a contratto Università degli Studi di Torino, Scuola di Medicina – sede di Asti